In America è soccer
Il giornalista della Cnn inviato in un pub di New York per dare colore al racconto della partita fra Stati Uniti e Algeria non poteva sperare in un incarico migliore. I suoi colleghi erano tutti impegnati a seguire il drammatico licenziamento del generale Stanley McChrystal da comandante in capo dell’Afghanistan e mentre Suzanne Malveaux con una faccia opportunamente seria si collegava dalla Casa Bianca per dare gli ultimi aggiornamenti lui prendeva la parola in mezzo alla folla eccitata. Leggi Sorpresa in serbo
21 AGO 20

Il giornalista della Cnn inviato in un pub di New York per dare colore al racconto della partita fra Stati Uniti e Algeria non poteva sperare in un incarico migliore. I suoi colleghi erano tutti impegnati a seguire il drammatico licenziamento del generale Stanley McChrystal da comandante in capo dell’Afghanistan e mentre Suzanne Malveaux con una faccia opportunamente seria si collegava dalla Casa Bianca per dare gli ultimi aggiornamenti, lui prendeva la parola in mezzo alla folla eccitata che consumava birra in piena mattina per dare al pubblico il polso di quella che per gli Stati Uniti non era una partita ma la partita. Ogni tanto chiedeva ai ragazzi seduti al bancone se sapessero che là fuori il generale McChrystal veniva licenziato e la risposta media suonava tipo: “McChi?”. Ai colleghi in studio che lo prendevano garbatamente in giro, notando l’accostamento stridulo degli scenari, ha risposto che lui era astemio. Ma loro non davano affatto l’impressione di credergli.
I collegamenti frenetici e destabilizzanti della Cnn fra mondi così diversi sono lo specchio di un’America che guarda alla sua nazionale di calcio per non guardare altrove, al paese in cui dietro ogni angolo si nasconde una falla petrolifera, una crisi militare, una protesta contro il presidente, una banca che froda qualcuno, qualcuno che prova a frodare una banca e non ci riesce.
Quella degli Stati Uniti è stata la partita perfetta, così perfetta che mettere nel sacco una delle decine di occasioni che i ragazzi di Bob Bradley hanno avuto sarebbe stato rovinare l’impresa perfetta. Perché l’impresa perfetta si fa al 91’ dopo un arrembaggio in cui la porta algerina sembra sigillata, con un palla che vaga su una respinta propiziata in qualche modo e viene messa dentro dall’idolo Landon Donovan. Quel gol ha tutta l’aria di un destino avverso che cambia improvvisamente la direzione di un paese dove tutto sembra impantanato e fragile.
E Landon Donovan è l’eroe eponimo della riscossa calcistica. Dopo la partita ha ricevuto una chiamata concitata da Bianca Kajlich, la bella attrice con la quale si è separato a luglio dell’anno scorso; i due avevano rotto male, non si sentivano da allora, ma il gol, la vittoria nel girone, il sorpasso sull’Inghilterra e tutto quel clima che non si può descrivere ha fatto scattare qualcosa: “Non siamo ufficialmente divorziati”, ha spiegato quasi imbarazzato Donovan, “l’altra sera abbiamo parlato, è stato bello”. Quella degli Stati Uniti per il calcio e la sua nazionale è una storia analoga, fatta di tormenti e rimozioni, esaltazione e frustrazione mescolate in quell’assurdo pentolone che in Europa è football, in America è soccer.
Al soccer si è convertito anche l’ex presidente Bill Clinton, un amante dello sport culturalmente legato ad altri campi, altre storie, altre epiche nazionali. Allo stadio di Johannesburg lui c’era e – a parte l’errore d’immagine di sedersi accanto a Blatter, certamente frutto di una perdonabile inesperienza diplomatico-calcistica – ha goduto senza freni per la vittoria americana: “Dopo la partita c’è stato bisogno di un’ora di riposo bevendo tè con il miele”, ha detto Clinton ai suoi la mattina seguente. L’ex presidente era in Sudafrica per una missione al confine fra la diplomazia e l’amore per lo sport. Si è incontrato con i dirigenti della Fifa e poi è andato a godersi il match con l’Algeria. Ora il suo team sta ritoccando l’agenda del viaggio per permettergli di assistere giovedì all’ottavo di finale contro il Ghana.
Certo, il trasporto calcistico per gli americani non ha niente a che vedere con il Super Bowl, né con l’hockey durante la guerra fredda, né con il parquet. Il calcio è ingiusto, sporco, pestilenziale, per molti versi è la cosa più antiamericana che l’occidente abbia mai concepito. Ma l’America apre la finestra, si guarda intorno e ha la tentazione di richiuderla immediatamente, rifugiandosi in un bar dove un giornalista ringrazia di non essere stato mandato a seguire una delle tante crisi a portata di mano.
I collegamenti frenetici e destabilizzanti della Cnn fra mondi così diversi sono lo specchio di un’America che guarda alla sua nazionale di calcio per non guardare altrove, al paese in cui dietro ogni angolo si nasconde una falla petrolifera, una crisi militare, una protesta contro il presidente, una banca che froda qualcuno, qualcuno che prova a frodare una banca e non ci riesce.
Quella degli Stati Uniti è stata la partita perfetta, così perfetta che mettere nel sacco una delle decine di occasioni che i ragazzi di Bob Bradley hanno avuto sarebbe stato rovinare l’impresa perfetta. Perché l’impresa perfetta si fa al 91’ dopo un arrembaggio in cui la porta algerina sembra sigillata, con un palla che vaga su una respinta propiziata in qualche modo e viene messa dentro dall’idolo Landon Donovan. Quel gol ha tutta l’aria di un destino avverso che cambia improvvisamente la direzione di un paese dove tutto sembra impantanato e fragile.
E Landon Donovan è l’eroe eponimo della riscossa calcistica. Dopo la partita ha ricevuto una chiamata concitata da Bianca Kajlich, la bella attrice con la quale si è separato a luglio dell’anno scorso; i due avevano rotto male, non si sentivano da allora, ma il gol, la vittoria nel girone, il sorpasso sull’Inghilterra e tutto quel clima che non si può descrivere ha fatto scattare qualcosa: “Non siamo ufficialmente divorziati”, ha spiegato quasi imbarazzato Donovan, “l’altra sera abbiamo parlato, è stato bello”. Quella degli Stati Uniti per il calcio e la sua nazionale è una storia analoga, fatta di tormenti e rimozioni, esaltazione e frustrazione mescolate in quell’assurdo pentolone che in Europa è football, in America è soccer.
Al soccer si è convertito anche l’ex presidente Bill Clinton, un amante dello sport culturalmente legato ad altri campi, altre storie, altre epiche nazionali. Allo stadio di Johannesburg lui c’era e – a parte l’errore d’immagine di sedersi accanto a Blatter, certamente frutto di una perdonabile inesperienza diplomatico-calcistica – ha goduto senza freni per la vittoria americana: “Dopo la partita c’è stato bisogno di un’ora di riposo bevendo tè con il miele”, ha detto Clinton ai suoi la mattina seguente. L’ex presidente era in Sudafrica per una missione al confine fra la diplomazia e l’amore per lo sport. Si è incontrato con i dirigenti della Fifa e poi è andato a godersi il match con l’Algeria. Ora il suo team sta ritoccando l’agenda del viaggio per permettergli di assistere giovedì all’ottavo di finale contro il Ghana.
Certo, il trasporto calcistico per gli americani non ha niente a che vedere con il Super Bowl, né con l’hockey durante la guerra fredda, né con il parquet. Il calcio è ingiusto, sporco, pestilenziale, per molti versi è la cosa più antiamericana che l’occidente abbia mai concepito. Ma l’America apre la finestra, si guarda intorno e ha la tentazione di richiuderla immediatamente, rifugiandosi in un bar dove un giornalista ringrazia di non essere stato mandato a seguire una delle tante crisi a portata di mano.
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